sabato 13 gennaio 2018

Rosa Salvia su "Ciao cari"


Recensione di Rosa Salvia a Ciao cari (La Vita Felice, 2016), uscita in versione ridotta ne "L'Immaginazione", n. 302, nov.-dic. 2017.


Che Stefano Guglielmin non sia poeta orfico lo si coglie subito scorrendo le pagine di questa raccolta di versi delicati amari, asciutti limpidi, dipinti su vetro. Poeta esistenziale forse, se mi si consente questo termine.
L’analisi può partire di qui: l’universo poetico di Stefano Guglielmin si tiene unito, in modo saldo e circolare, tutto pare già dato e compiuto fin da subito per l’assoluta fedeltà a momenti dell’esistenza. Momenti esaltati, dilatati, addolciti, talora forse solo sognati, che Guglielmin percorre attraverso un dire colloquiale e diretto, per coglierne tutte le possibili implicazioni, i possibili significati di un passato che si proietta nel futuro. E’ questa la sua vocazione alla fedeltà: ai vivi e ai morti, in un intreccio armonioso che muove molti echi e che possiede, per dirla con Bergson, la qualità della durata: ponte fra un passato e un presente altrimenti impenetrabile, flusso vitale fra poesia pura e narrazione, tensione originaria fra emozione, ispirazione e scrittura.

Bastano i versi della poesia In limine che apre la raccolta per cogliere il senso profondo di questa poetica: Una vita, ti dico / la puoi scrivere soltanto, fingere / che ci sia stata, unendo i fuochi / tra poco e poco: stare in sala / d’attesa quando piove, né felice / né infelice, altro non c’è. // Però fuori si muore, mi dici. / Anche dentro si muore / ti dico. E si semina altra delizia / dentro e fuori, altra sporcizia.

Il libro è composto da una prima sezione – Il mondo visto da dentro, che comprende le poesie sotto la voce Ciao cari e Cartoline da casa in cui la lingua si piega in intimità dialogica con amici o amiche cari che non sono più fra noi, sull’eco della foscoliana corrispondenza d’amorosi sensi, e da una seconda sezione – Il mondo visto da fuori, che comprende le poesie sotto la voce Dediche, Anonimi, Ritratti (1) e Ritratti (2) le quali “sperimentano con maggiore libertà, modulandosi sullo stile delle figure nominate o cogliendone ossessioni, atteggiamenti, circostanze,” come lo stesso Guglielmin precisa nella nota introduttiva.
 
In Ciao cari si avvicendano versi talora crudi, taglienti, come nella poesia Flavia (1945-2009): Chiedo scusa se non c’ero al tuo / funerale: due ore di aereo non dicono / il vero o solo in parte, ma con tanta morte / uno s’impasta o perde quota. // Qui comunque in terra piove / e ogni tanto sterzo a casa, guardo / altrove. (p. 24), talora intensi e struggenti come nella poesia Antonella (1958-1993): L’ultima volta in giardino / pesavi metà di ogni cosa felice. // Aspetto un figlio / ti ho detto. E io la morte, hai risposto / quieta, come se ci fosse una logica /segreta, che lega forbice a fiore. // Sei stata la prima a saperlo /l’ultima a partire. (p. 19)       
Ci s’innamora di queste figure simmetriche che compongono una sorta di collage: mosaici vivi e nitidi che si susseguono senza mai ripetersi, pur partendo dalla stessa matrice, dallo stesso specchio, nell’accettazione del ‘destino’ della poesia che è di vivere fra la luce e l’ombra, in certe ore contigue, intermedie, alla frontiera fra vivi e morti: per convertire la pena esistenziale in qualcos’altro, riscattandola dalla chiusa, dolorosa inespressività.

In Cartoline da casa: tre bellissime poesie: Schio fine ottocento (p.29), Vicolo Valsesia 8 (p.30) e Via Pisa 22 (p.31), il ‘cerchio familiare’ che poco ha di consolante, col suo dolente e insieme affettuoso disinganno, coglie in maniera ancora più incisiva il nesso fa etica e “oggetti”, caratteristico della poesia di Guglielmin, fra nitore del visibile e perplessità interrogativa.
Emmanuel Lévinas afferma che “il principio di ‘etica’ è separazione, muoversi verso l’altro sentito come altro da sé, l’altro come fine non come mezzo” (Totalità e infinito, Jaca Book, Milano 1980).
Stefano Guglielmin è sulla stessa onda. In queste poesie, ci sono il Sé e l’Altro, mai dimenticato, che si alternano, si incontrano, si sfiorano. La stessa medesima dialettica si fa vicinissima. Riflessioni in punta di piedi, monologhi sussurrati, un microcosmo in cui vivi e morti possono confondersi ambiguamente le parti, consegnati al tempo senza più schemi.
Tutto reinventato e tutto vero, e sempre fondendo sensi e ragione, piacere, dolore e pensiero, libertà e realismo visionario.
 
Il tema della memoria è un tema forte ancor più nelle poesie raccolte in Ritratti(1) e Ritratti(2), tutte dedicate a poeti, poetesse, artisti, scrittori, particolarmente amati dal nostro autore: un tempo vissuto che diventa attività onirica, che ti fa entrare nel sogno come nella poesia dedicata a Carl Gustav Jung: Mentre scrivi / della maschera funerea e dell’acqua come processo / collettivo, la femmina che sei nuota nel fondo del bicchiere / animale da assalto o da richiamo. // Si divarica il profondo / lascia il suo cielo alla domanda. (Ritratti (1), p. 67) Molto bello il ricorso all’elemento femminile dell’acqua come ‘processo collettivo’ che cancella e che purifica, che travolge e che richiama, elemento come segno vitale, di eternità che domanda…
    
Il rapporto memoria-poesia pone peraltro in primo piano la grande questione della necessità di immobilizzare gli istanti per conservarne la traccia, nella speranza di non vederli disperdere in un tempo che, nel suo continuo andare oltre, non tornerà mai indietro a restituirceli. La traccia è un “passato che non è mai stato presente” scrive ancora Lévinas, definizione che si può assimilare alla junghiana nozione psicoanalitica di “inconscio collettivo” così poeticamente espressa dal nostro autore, il cui ‘avvenire’ non sarà mai la produzione o la riproduzione nella forma della presenza. Il concetto di traccia è dunque incommensurabile con quello di ritenzione, di divenir-passato di ciò che è stato presente.

Altra riflessione che sorge spontanea è che questa raffinatissima raccolta ci restituisce il senso di attesa e di sorpresa che recava in passato il ricevere una ‘lettera’ o una ‘cartolina’. (Non a caso dunque Cartoline da casa di cui sopra).
Una lettera è testimone di eternità, dona magia, pur nella consapevolezza che, se per certi aspetti può anche restituirci il passato, ne trattiene con sé un pezzo, impedendoci di assaporare quell’appagamento di possedere, ancora e sempre, ciò per cui proviamo grande nostalgia.   

Molto interessanti, alla fine del libro, le schede sugli autori citati al fine di accompagnare il lettore a una migliore comprensione dei testi, ma anche, o soprattutto, ulteriore omaggio, anamnesi che continua a scorrere in un flusso di sensazioni, di trame e ricordi (basti citare Paola Febbraro, scomparsa prematuramente nel 2008 la quale scrisse un poemetto A fratello Stefano, morto suicida.
A riguardo Guglielmin ricorda: mi mandò la copia “fatta da me per te”, come mi scrisse in un foglietto volante. Un dono straordinario, che merita ben più di questa mia povera poesia).

Un’anamnesi che ci trasmette atmosfere interiori, stati d’animo, umori e sentimenti. Una raccolta di frammenti, schegge che possiedono una valenza simbolica. E la rievocazione è ripercorsa scavando dentro il corpo alla ricerca di un particolare, di una immagine. Di una verità.

Ed è fatica, sofferenza necessarie a ritrovare la strada, a ridare vigore all’animo contuso, ancor più perché Stefano Guglielmin ha imparato da Italo Calvino, l’ultimo degli autori cui dedica una poesia, “a guardare il mondo e a pensare il labirinto non come una condanna, ma quale stimolo a tracciare mappe sempre più dettagliate, diffidando delle semplificazioni”. (Schede degli autori citati, p.84)  

martedì 2 gennaio 2018

Per Giovanni Nencioni (a cura di Gualberto Alvino)


Curando il volumetto Per Giovanni Nencioni (Fermenti, 2017), Gualberto Alvino compie una lodevole operazione culturale, in cui si intrecciano le qualità umane e intellettuali del celebre studioso fiorentino, professore emerito della Normale di Pisa nonché per decenni Presidente dell’Accademia della Crusca, con la passione del curatore per gli epistolari e soprattutto per Antonio Pizzuto, del quale Alvino è tra i massimi esperti.

Le 35 lettere inedite a lui indirizzate, che si dipanano tra il 1993 e il 2003, testimoniano il comune interesse verso lo scrittore siciliano, di cui già Contini, alla fine degli anni Sessanta, aveva parlato come di un “Joyce italiano”. Le lettere seguono altresì la complessa vicenda editoriale per la pubblicazione del carteggio Nencioni-Pizzuto, edito da Polistampa nel 1998, con il titolo di Caro testatore, carissimo padrino (lettere 1966-1976); una di queste contiene l’Introduzione al volume dello stesso Nencioni, nella quale spiega il non facile rapporto critico avuto con quello che egli definisce, qui e altrove, un “acrobata della lingua”, uno scrittore “prigioniero di se stesso” e ancora, con un’invenzione neologistica, un “insonne glottoplaste”.

Gualberto Alvino, nelle epistole in dialogo con quelle pubblicate, alcuni frammenti delle quali sono riportate nelle note, accompagna l’esperienza pizzutiana di Nencioni con amorevole rispetto, cercando di risolvere i nodi d’indecidibilità ermeneutica e confrontandosi con lui riguardo i frequentissimi riferimenti colti, le citazioni esplicite e implicite, la poliglottia che costellano gli scritti dell’autore di Si riparano bambole, ricevendone, e non solo per questo, altrettanta stima, come di un padre a un figlio che si dimostri scrupoloso e attento verso la medesima passione ossia la lingua italiana e le sue declinazioni letterarie.

Nel loro dialogo a distanza, ci sono anche momenti di bonario rimprovero come nella lettera del 9 febbraio ’97, a proposito de La lingua dei linguisti, un saggio dove Alvino, a detta di Nencioni, “va passeggiando negli orti dei linguisti per sradicare le loro ortiche e gramigne grammaticali o stilistiche”; operazione interessante, riconosce il fondatore de “La Crusca per voi”, ma con la quale non vuole compromettersi, per mantenere buoni rapporti professionali con l’ambiente accademico, che sa dare anche eccellenti frutti, come lo stesso Nencioni ha dimostrato. E come dimostrano i saggi che precedono l’epistolario, nel primo dei quali Luca Serianni ricorda lo spirito giovanile dello studioso, morto a 97 anni, oltre che la sua grande curiosità intellettuale, che si traduceva in fiducia nel futuro e in un ottimismo rispetto al destino della lingua italiana (prospettiva non irrilevante entro la globalizzazione anglofona vigente). Del suo stile, Serianni ha parole altrettanto lusinghiere, definendolo limpido ma non corrivo, leggermente arcaico e toscaneggiante, ricco di neologismi e non restio a una creativissima figuralità (come dimostra l’insonne glottoplaste sintagma riferito a Pizzuto).

Nel secondo saggio, Spigolature nencioniane, Salvatore Sgroi mette in luce le specificità metodologiche del linguista: l’importanza di storicizzare il fenomeno studiato, ma anche lo spazio autonomo che egli riservava alla linguistica, intesa in senso saussuriano, dando un particolare contributo all’indagine dei modi in cui la parole entra nel sistema langue, e ribadendo la valenza emotiva e psicologica nella metabolizzazione del parlato nell’istituzione scritta oltreché l’effetto della sedimentazione storica all’interno di una civiltà. Sono tantissimi altri i contributi di Nencioni alla cultura italiana e Sgroi li sintetizza convincentemente.

L’ultimo saggio, lasciti di un maestro, è di Pietro Trifone, il quale riflette su alcuni fortunati termini nencioniani, quali “agnizioni di lettura”, “parlato-scritto”, “parlato-recitato”, “auto diacronia linguistica”, soffermandosi infine sull’intenzionalità didattica di tutto il suo lavoro, per la formazione di insegnanti capaci e non pedanti, che considerino la lingua un fenomeno in costruzione, flessibile, costantemente aperto al nuovo ma a partire da una tradizione secolare, con la quale dialogare guardando avanti.

Per Giovanni Nencioni si chiude con un regesto delle lettere – alcune presenti anche in copia anastatica, cui sono state aggiunte tre fotografie, una delle quali lo vede in compagnia di Pizzuto, Contini e Sinigaglia – e con un ricchissimo repertorio bio-bibliografico, curato da Alvino e Sgroi, a suggerire la necessità, per il presente letterario forse troppo conformista, di riscoprire sia Nencioni e sia Pizzuto, due pensatori liberi, sperimentatori colti e originali di una lingua bella e complessa come la nostra.



Firenze, 10 maggio 1998

Caro professor Alvino, carissimo Amico,
    sì, amico di Antonio, ma anche di me, per avermi voluto associare ad Antonio nel gesto di amore e di sacrificio fatto curando tante sue pagine. Confesso che non mi aspettavo da Lei tanto e così immediato lavoro; e finora non ho avuto il coraggio di rileggere la mia corrispondenza con Antonio, che avevo dimenticato come tutte le mie cose passate, che non rileggo mai anche (e soprattutto, devo dire) perché mi stupiscono come cosa di un altro e mi fanno sentire un sopravvivente. Ma ora devo rileggere, sia per risentire la voce di Antonio, sia per rispondere alle Sue domande. Lo farò nei prossimi giorni.
    Pesa sulla mia coscienza la Sua intensa fatica spesa per la mia parte; non per la parte di Antonio, che non poteva meritarsi un amico migliore. Aggiungo, su quella bilancia, un peso con cui vorrei riequilibrare per un istante non il Suo sforzo ma quello della Fondazione, se la Presidente intende pubblicare il Caro Testatore, Carissimo Padrino: Le dica che mi offro di pagare la spesa della stampa. È una offerta triviale, ma è l’unica che posso fare, utile, alla Fondazione, sofferente, come tutte le fondazioni e le accademie, le doglie del parto.
    A presto, dunque, le mie impressioni di lettura e le mie risposte, se possibile, ai Suoi quesiti. E La saluto con tanta affettuosa gratitudine, per Antonio e anche per me, che Lei ha voluto riunire a lui, à jamais.

Suo Giovanni Nencioni


venerdì 29 dicembre 2017

domenica 22 ottobre 2017

Maurizio Casagrande su Rosa Salvia


Sarebbe difficile aggiungere qualcosa alle acute osservazioni formulate da Pasquale Di Palmo nella prefazione alla recente raccolta poetica di Rosa Salvia, Il giardino dell’attesa (Samuele Editore, 2017).
Trovo, qua e là (e soprattutto nella penultima sezione), una tensione volta all’allungamento del verso anche all’interno della forma sonetto, ma non per arrivare alla prosa. Poi la predilizione per un discorso condotto alla terza persona col risultato di isolare l’oggetto così da precisarlo meglio.
E alcuni testi che magari mi colpiscono più di altri, come la quartina di pag, 38, la lirica sul muro d’osso di pag. 14 (che a me richiama alla mente Montale, ma anche qualche surrealista francese), la lirica di pag.23 che mi fa pensare a certo Carducci (quello meno roboante e più raccolto), Era d’autunno, la lirica a pag. 61 che ha immagini potenti e una forza che sembra venire dalla terra stessa, come in certe novelle di Verga, ma con qualcosa – nel titolo – di Verlaine, Eluard e di chansonnier d’oltralpe alla Brassens. E ancora l’apertura ai luoghi senza storia di un epos quotidiano (il paese, le montagne, i corsi d’acqua), ma remoto nel tempo come nello spazio e quindi sempre attuale, la conseguente attenzione alle persone più semplici, agli animali (l’asino, la civetta, la cagnolina Tai, il chihuahua, le rondini), o agli invertebrati (le meduse) e agli insetti (le formiche), quasi a confezionare un piccolo bestiario dal forte valore simbolico, sulla scorta anche di Leopardi, che in un giardino sapeva condensare l’intero universo. E in tali scelte io credo che abbia avuto il suo peso la lezione di Saba e forse, ma questo non posso dirlo con certezza, dell’ultimo Cappello con la sua poetica degli umili e delle parole povere (nel testo di pag.43, ad esempio). Infine il testo a pag. 78 mi fa pensare a una certa consonanza con rare poesie conosciute in Italia di Halina Poswiatowska.   


da Rosa SalviaIl giardino dell’attesa (Samuele Editore, 2017).


Accanto al muro d’osso
Devi startene
fermo come un asceta
               in preghiera  
accanto al muro d’osso
                ascoltando
come il Cristo Bambino
                 il lamento
dei fratelli martoriati

con la fronte oscurata dal buio
che imprigiona il giorno

fino a che la rugiada
goccia a goccia carezzi
la ferita del giardino
e un nuovo polline v’imprima a fuoco
il suo nome

e il muro
senza la lùbrica violenza
vibri nudo nel vento
per la materia del dire oltre l’inganno
entro l’obliquo raggio della stella.


*

Vi era un respiro nelle chiome del melo
sì che le foglie si piegavano, vibravano,
al vento d’autunno che comprimeva i rami
e – più leggera – fluttuava la balaustra
del giardino –

tu eri vissuto bambino vicino a questo cadere,
singhiozzare, cadere,
mentre dal monte Lifoi scendevano i lupi
in cima al paese e abbandonati se ne stavano
i luoghi –
sentivi mungere il latte nelle stalle
e tonfi di legna come un battere d’onde
sul traghetto notturno.

Così se ne andavano i giorni:
lento bisbiglio d’alba e soffrire.


*

S’affonda in silenzio
il colore dei fiori
mentre guardi
oziosamente passare
il fumo di una ciminiera.


*


Era d’autunno
Sudava il cielo
come la fronte dell’uomo ferito
da venti coltellate
in quella disperata campagna
corrosa dalle faide
su cui solo il vento passava
e un asino.
Un asino che saliva per la via petrosa
del monte Lifoi
e d’improvviso
cominciò a ragliare, ragliare,
con una voce umana –

Pareva che le case gli alberi
                                  le formiche
tutti insieme si sfogassero
in quel pianto straziato.

Allora cominciò a piovere piano
sui tuoi boccoli neri di bambina.


*

Li vedesti tutti.
Sedevano con i loro abiti scuri
sulle sedie a raggiera
attorno al feretro.

C’era Bianca, Tarulli, Tituccio il ferroviere,
Fifì, Salvatore il farmacista, Vitantonio.
C’erano altri vicini di casa…
I nomi li ha con sé il vento.
Parlottavano fra loro in sordina
o tacevano con l’aria compunta –

Pareva che dormisse satollo
come non lo era da anni
tuo padre.

Tituccio s’alzò di scatto;
incerto ti fissò a lungo.
Gli tremava, debole, la bocca
un poco, poi tentennò il capo.
“Con quale treno sei venuta da Roma, Rosa?”


*


Sempre quando desideri vivere
canti

se la vita si allontana da te
ti aggrappi a lei
come una rondinella inzaccherata

le dici: “vita
non te ne andare ancora”

mormori
vita
come se la vita fosse un amante
che se ne vuole andare –

ti aggrappi al suo collo
canti
De Andrè Gaber Battiato Conte
Nico Lennon Dylan Joan Baez
Dalla De Gregori Fossati Guccini
                              Daniele
Queen Stones Doors PinK Floyd
                               Piaf

canti
           canti
                      canti

e al nero contrapponi
il verde respiro del giardino
che fa salire libere le rondini

prendi fra le mani il sole
lo guardi da vicino
non te ne separi
nemmeno di notte
nemmeno nel sonno

finché la vita torna.



Nata a Picerno (PZ) Rosa Salvia vive a Roma dal 1986. Ha esordito con il romanzo breve La parabola di Elsa (Osanna Edizioni 1991). Tra le sue successive pubblicazioni in versi: Intermittenze (Aletti Editore 2003), Luce e polvere (Aletti Editore 2005), Le parole del mare (LietoColle 2007, Premio Internazionale di Poesia e Narrativa “Cinque terre – Siro Guerrieri” 2008; Premio Nazionale di Arti letterarie, Torino 2008), Mi sta a cuore la trasparenza dell’aria (La Vita Felice 2012, finalista Premio di Poesia Internazionale Alda Merini – Brunate 2017), Dolore dei Sassi (puntoacapo 2015) che ha meritato diversi riconoscimenti letterari fra cui la menzione speciale al Premio Letterario Lorenzo Montano 2016. Testi editi o inediti sono stati pubblicati in diverse antologie.
Per la critica letteraria, il saggio narrativo Frammenti di un discorso poetico è stato segnalato, per la sezione prosa inedita, al Premio Lorenzo Montano 2015. La presente raccolta, quand’era ancora inedita, è stata premiata con menzione di merito al Premio di Poesia Scriveredonna 2013 e, sempre con menzione di merito, al Premio Lorenzo Montano 2015.


lunedì 24 luglio 2017

Mauro Ferrari legge Lina Salvi

Ci dice Lina Salvi, nella Nota che chiude il libro prima della Postfazione di Elio Grasso: «Non sono mai stata per davvero in un deserto», quasi a smentire il titolo e il tema del libro, o almeno a rimuoverlo nella tranquillizzante zona della costruzione fantastica. Sennonché alla lettura emergono non soltanto le numerose occorrenza testuali, testimoniate dal frequente incipit «Del deserto» (6 occorrenze) e da numerosi altri riferimenti tematici e lessicali, ma soprattutto le notevole variazioni che fanno emergere il “deserto” come un simbolo o quantomeno una tenore metaforico di diversi altri referenti. Concorrono, a questa potenza del simbolo, anche la sintassi e la versificazione dell’Autrice, che si basa su un forte nominalismo e su una sintassi prevalentemente paratattica, che lavora per accumulazione e persino, a un livello appena sotterraneo, per gemmazione di associazioni, rendendo i riferimenti molteplici, ricchi e discretamente opachi, almeno se si cerca il riferimento puntuale in una storia, accadimento o evento specie personale. Oscurità, reticenza, pudore?

Il “deserto”, di suo, è già una occasione pregnante: luogo esotico, distante e quindi connotato come oscuro e misterioso; luogo vuoto, senza direzioni come il mare, e quindi luogo di incontro ma anche di perdita; luogo sterile e perfetto correlativo oggettivo della società moderna. Da questo molteplice punto di vista, tutti siamo stati e siamo in un deserto, l’abbiamo attraversato come confessa Lina Salvi parlando della propria scrittura: «Lo scrivere è stato un vero viaggio nel deserto» (p. 47).

Non sarebbe però difficile scavare appena sotto la superficie di questi versi attenti, parchi e misurati, per trovare riferimenti a una “traversata del deserto” con cui si devono fare i conti, anche se il livello confessionale – quello in cui si cade quando il troppo da dire non trova uno sbocco artistico adeguato – non è senza dubbio l’opzione scelta da Lina Salvi. Si parla di perdite, di morte, anche quando mancano i riferimenti precisi, che pure esistono in primis a livello di strisce sintagmatiche. Si legga l’ultimo verso, così pudico, di p. 26: «L’ultima cosa che abbiamo guardato», un endecasillabo (come i due precedenti) che emerge non casualmente anche in virtù della rima baciata “prato / baciato”. Allora i testi saranno forse intesi «Per chi non può guardare» (p. 30 e 31) come “riparazione della poesia”; si parla dei luoghi del dolore (p. 35 e 44); si parla di perdite e ricordi (p. 37); si parla della “bestia malvagia che avevi in corpo» (p. 39). E si parla della tremenda attesa che «l’acqua si placasse» (p. 40) e della sensazione di «essere sul precipizio» (p. 42).

Non so quanto la poesia possa cauterizzare le ferite, donare equilibrio formale allo sbilanciamento sull’abisso che causa un dolore, il dolore. Mi sembra però che, con questo splendido libro, Lina Salvi ci doni un alto ed irto tentativo di arginare la notte.

Mauro Ferrari

Lina Salvi, Del deserto, Postfazione di Elio Grasso, puntoacapo Editrice, Pasturana 2017, pp. 56, € 10,00 ISBN 978-88-6679-107-2



Del deserto non ho voglia
della sua violenza calma
cavalcate ai margini del cielo,
nel deserto già ci sono:
ahlan wa salan*,
nel deserto popolato  di uomini   
buie città,  annuvolate,
assediate di ogni specie animale,
alberi con rami tondi, bocche infuocate.
Della tundra, nel polare, 
che dico?  Se non quel volteggiare
 in aria, terra,  affondare 
il piede in una zolla
del viaggiatore la sua ombra
così lunga, così distante.

*(saluto di benvenuto)


***


Del deserto non ha voglia
la signorina dolce- morte,
dissimula un pungolo del sangue,
quel sabato mattina sul monte
all’alba-tramonto, a precipizio,
sul sentiero gelato, sul Jebel Rum.
Si raccolgono del bosco
alcune spore, rami secchi,
gusci scavati,  vermi,  misere
forme di sopravvivenza, esistenza
del nero adamantino.



***


Un albero portami che ombreggi
una casa, quel tronco caduto
che teme il da farsi, mandami
rami senza foglie,  dalla terra
le radici,  e quelle parole tonde
dentro i discorsi scambiati nel prato.
L’ultima cosa che abbiamo guardato.



***


Guardo per chi non può guardare
un sentiero luminoso, offuscato
la favole delle stelle, dei morti,
ad uno ad uno infilati tre metri
sotto terra, tre metri.  Guardo
nel campo delle meraviglie un fiore
che esplode, uno stupido croco.
Sulla strada battuta dalle case,
un passo incalza in zona franca, 
azzoppato.



***


La bestia malvagia  che avevi nel corpo
ha fondato le sue radici in una terra lontanissima,
deciso in gran segreto, nel letto del suo fiume, 
nessuna la vedeva, lei ci vedeva
sfociare in un Mar Morto.



***


Non mi staccherò dalle cime granitiche,
regine, non mi staccherò dalla
finestra del Rifugio Re Alberto ,
nella valle il deserto si ostina.
Non mi staccherò da ogni turbamento,
discesa sul fiume ad aspettare
che l’acqua si placasse e il vento,
il vento tutto, onda,  onda d’urto.



martedì 6 giugno 2017

Fabrizio Bregoli legge Elena Cattaneo


Il progetto poetico di Elena Cattaneo ne Il dolore un verso dopo (Puntoacapo Editrice – Collezione Letteraria, 2016) è ambizioso fin dal titolo dell’opera, perché è ben noto che in poesia scomodare gli assoluti come nel caso di “dolore” può risultare pericoloso, può portare ad un’asettica astrazione, eppure è proprio quel riferimento a “un verso dopo” che credo dia una maggiore chiave interpretativa, quasi a voler testimoniare la volontà di un superamento, di una via di fuga dal dolore che trova senz’altro nella scrittura un appiglio, per quanto precario. Quel dolore che è tuttavia pervasivo, latente in ogni gesto o azione, che sa operare a “tempo indeterminato”, come il perfetto impiegato di una fabbrica della follia, della consunzione, e assume di volta in volta nel lavoro poetico sembianze o simbologie diverse come quella del “diavolo” o della “melagrana sfatta” o di “brutti muri d’intonaco” portando sempre alla inevitabile conclusione, perentoria: “Più capisco e più ho paura”. È quasi superfluo dire che una poesia di questa natura non può se non prendere le mosse da forti, incisive esperienze di vissuto – e crediamo di non sbagliare nell’assumerlo come un dato di fatto - ma l’autrice riesce con accortezza (o forse per necessario pudore) a non esplicitarle e quindi evita di cadere in un autobiografismo che rischierebbe di trasformare la sua poesia in atto auto-consolatorio o solipsistico. Anzi è grazie al dono del transfert, alla virata percettiva quasi fino al simbolismo onirico che questa esperienza esistenziale – vera e dura al contempo – e con lei il cammino personale dell’autrice diventano – credibilmente – viatico dalla valenza universale ed hanno quindi quella necessità espressiva e contenutistica che la poesia pretende (come fa ben notare Ivan Fedeli nella illuminante postfazione).

La prima sezione dell’opera emblematicamente intitolata “Canti dell’insonnia” ci pare pervasa da un intreccio sotterraneo, da una costruzione quasi di tipo drammatico, senza che la trama sia mai dichiarata, sembra anzi procedere per frammenti di un poema non scritto: in un testo si dice infatti “e nessun attore sa, veramente, / cosa deve fare”. I vari testi hanno continui rimandi fra di loro, a tratti una sentenziosità che sembra al contempo interrogativa ed interlocutoria, lascia aperta la strada della soggettivazione per il lettore. Si vedano versi emblematici come “Nel tempo percepiamo un fuscello di noi. // Basta quello.”, “Domani lo stesso, e ancora, e poi di nuovo.” efficacemente ripetuto nel testo quasi a voler sottolineare la categoricità del pensiero, ma di converso anche una meccanicità che non dà via di scampo, e ancora “La circolarità perfetta non ha / bisogno di noi”. Un’umanità quindi che assiste come comparsa ad un dramma al di fuori della sua portata o nel ruolo di esclusa, che cerca di contrastare con armi spuntate l’accadere del mondo, alla ricerca di una possibile linea di galleggiamento, “il puntino stella” (e si noti la pregnanza di questo diminutivo che dice tutto) o un “dio” (non a caso scritto in minuscolo, con sapiente allusività) che altrove “Diventa subito un ghigno. // Mi è consono”. Ghigno come ineluttabile storpiatura di un ipotetico sorriso, di una felicità possibile. La verità è altra: “Nella morte la vita si nutre.” o ancora “si passa dai santi ai morti” – e si badi bene, non viceversa. Tutto procede per annichilimenti progressivi dell’essere, cancellazioni e liquefazioni dei tratti distintivi della persona (“la bocca cancellata”, “gli occhi bassi”), esperienze di dissoluzione (evidenti i riferimenti alla lezione di Eliot, alla morte per acqua o per fuoco, come in “Come un bambino che annega in silenzio, sott’acqua”: chiusa splendida e terribile). Un agone arduo in cui l’uomo si deve confrontare a denti stretti con la propria “imperfezione”, senza moneta di scambio durevole che la risolva, nella prospettiva unica e certa “Che la salita è lunga.”

La sezione "Sintesi I" amplifica questa poesia come drammatizzazione dell’essere: si vedano ad esempio “Jesi e le marionette” con i “corpi di legno farsi vivi” e ancora altrove “giullare scomposto”, “testa di pezza”, “Dalla volta / oscura / del teatro”. Le poesie “Il nemico”, “L’orafo” e “Stabat Mater dolorosa” – quasi una sacra rappresentazione in miniatura - sembrano procedere per dramaticae personae, sempre nel solco della lezione eliotiana arricchita dalla cifra personale dell’autrice. Anche la parola, strumento della poesia, può in questo mondo stravolto divenire inganno: si veda la splendida “Le parole” dove ogni verso è realmente necessario, il linguaggio scarnificato ed amplificato di senso. Memorabile la chiusa: “Le parole sono trappole / e ci si lascia / ammansire /per non uccidere / troppi predatori.”, con questo verbo impersonale che unisce all’altro, esclude di nuovo la poesia come consolazione, io che dunque si fa altro da sé. E tuttavia, nonostante la icasticità della chiusura della sezione, il titolo Sintesi I lascia intendere che sia prevista una seconda parte, ma non presente in questo libro, un deliberato omissis: questo elemento conferma ulteriormente la volontà di una poesia in fieri, genera quel senso di attesa funzionale a una poesia per frammenti, che come si diceva sopra è a nostro giudizio elemento caratterizzante di questa autrice.

La sezione "Piccolo Quaderno" comprende testi abbastanza eterogenei, molti dei quali probabilmente anteriori rispetto alla parte iniziale del testo. A poesie che traggono spunto da occasioni di viaggio in cui l’autrice dimostra anche la capacità del lampo impressionistico e dell’interiorizzazione del paesaggio, si aggiungono altri testi in cui si sviluppa ulteriormente l’altro leit-motiv dell’opera, ossia il tema della maternità. Soggetto che compare fin dall’avvio (“La mamma piange la notte” è il primo verso del libro) quello della maternità, come anello di giunzione fra non-essere ed essere, womb-tomb di dylaniana memoria, dono di vita che racchiude in sé il grumo della morte, maternità come strumento non-salvifico di conoscenza (si veda “grembo / lacerato” con caustico enjambement). Nascita anche come nominazione dell’essere, che si dà dunque nome ma pur sempre conscio della sua ambiguità, dell’incapacità di svelare il senso delle cose (si vedano “Genesi” e la efficace chiusa di “Io” dove il nome diventa quasi retaggio mitico, laccio inesplicabile: “Elena degli enigmi, / Elena dei sussurri, / Ileni persa in un vento di sogno.”). Tema questo che meriterebbe un’analisi a sé, più ampia che non è qui possibile condurre – data la complessità delle raffinate citazioni eliotiane. Merita rimandare il lettore all’approfondimento di testi come “Spingo forte” in cui la maternità sembra poter vincere il giogo di dolore, farne “pane nuovo” da un “cranietto di bimbina prematura” (dettaglio espressionistico che s’imprime nel lettore), o “Il Gioco” con il riuscito effetto dialogico a sorpresa, solo ingannevolmente condotto con un linguaggio per così dire ingenuo o quasi infantile, o “E adesso” dove ricompare il tema del nome come sbaglio / equivoco e merita ricordare la bella similitudine che dà colore al testo (“come una brutta mongolfiera / piena di vanità infiammabili.”). Magistrale l’incipit di “1998”, il verso “Agosto chimico.” inquietamente puro nella sua asintatticità.

Il libro si chiude con la riuscita poesia “Attraversamenti” (coincidente con il titolo della sezione) concentrato di potenza espressiva e linguaggio erosivo, detonante. A conferma della dedica iniziale (A Penelope, Molly e tutte le altre – e in questo “tutte le altre” sta il vero ganglio del messaggio) l’io poetico si astrae ad emblema del femminino come grumo di dolore e nucleo irrisolto, “Vecchia nave / allo sfasciacarrozze”, ripetizione incessante di un perpetrarsi d’errore ed inganno, di un’umanità relegata a un “altrove utile al collezionista”. L’esistenza – crediamo di poter dire - si sostanzia dunque nell’attesa, nell’ambire ad un ritorno che sia scoperta di sé, “ritrovata unità” e consenta il valico a quel “verso dopo”, l’attraversamento appunto. Sembra quasi volerci dire Elena Cattaneo, alla maniera del suo amato Eliot, che solo da un cumulo di macerie si può cercare di puntellare una ragione di vita, appunto da una “serenità trasfigurata. / E intanto una molly aspetta.” 


Da Elena Cattaneo, Il dolore un verso dopo, Puntoacapo Editrice – Collezione Letteraria, 2016


*
La mamma piange la notte,
stanca vaga tra
la strada sporca
che non rimanda
un sogno
ma solo la vita cruda.
Vede, così le pare,
una melagrana sfatta
di biglie rosse che fuggono tra i tombini
o si lasciano schiacciare
dalla velocità.
La mamma prega la notte,
oppressa da un amore ammalato,
così alto e rarefatto
da togliere all’amore pensieri che possano
zavorrare la mente.
La mamma piange la notte,
a orbite roteanti.
Cerca un puntino luminoso
nel suo cielo, il puntino-stella.
Come canta la mamma che piange la notte,
vuole conforto,
vuole che la dolce vita che le dorme accanto non finisca mai
Rispondile dio, falle sentire delle voci
e illudila che sia il tuo sibilo quel suono
che la tormenta.


*
Ogni sera parlo con il diavolo, quando stacca dal lavoro.
È stanco e sfatto, non ha un giorno di tregua.
Con me si rilassa, non deve recitare la parte.
Rotea gli occhi, si schiarisce la voce, ritira gli artigli
 e si liscia le corna.
A notte inoltrata, a volte, trovo mi assomigli.
Gli chiedo di stare un po’ al mio posto, gli porgo la chiave
 ma lui si rifiuta.
È furbo e scaltro.
Sa che rimestare il dolore e servirlo per cena è meno faticoso
 che farsi sfondare il cuore
dall’amore che sarà.
Col male ci campa a tempo indeterminato.
Aspetta che una lacrima scenda, mi accarezza soddisfatto
e in un soffio mi lascia chiusa in paradiso.
Ma prima o poi io scappo…


*
In fila la macchina
si avvicina, si schiaccia, bramosa
di arrivare.
Si arruffa e annusa chi la precede
con fretta, ha fame.
Un pezzo di asfalto, lo pneumatico caldo,
un metro, un metro, uno soltanto.
Defilata la macchina,
ha trovato un sentiero,
furba lo percorre,
certa dell’arrivo.
Illusa, baldanzosa e rapida,
scende e risale, ha fame, ha fame,
ha fame.
Si aggrotta il cofano, si avvilisce il faro,
la fila l’aspetta, calda e compatta.
Mesta s’infila, lasciandosi portare,
la meta è lontana, la fame dovrà aspettare.
Domani lo stesso, e ancora, e poi di nuovo.

Domani lo stesso, e ancora, e poi di nuovo.



Elena Cattaneo è nata a Milano nel 1971. Dopo la Laurea in
Lingue e Letterature Straniere presso la Libera università di lingue
e comunicazione IULM di Milano, con una tesi sul poeta inglese
Charles Tomlinson (Charles Tomlinson e la poesia americana, 1995,
relatore Edoardo Zuccato), si è specializzata in studi di traduzione in
Inghilterra e ha conseguito
un Master of Science allo UMIST di Manchester con una tesi dal
titolo Italian Literature in English Translation, 1996.
Opera nel mondo della musica classica e si dedica a progetti di
traduzione. È presente in diverse antologie e siti web. Il dolore un
verso dopo è la sua seconda pubblicazione preceduta, nel 2015, dalla
silloge Sopravvissuti (Prospettiva Editrice – pubblicazione premio
per la vittoria del concorso BrainGNU 2014).